Archivi categoria: Impresa, Lavoro e Welfare

I dati CNEL sul mercato del lavoro in Italia

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Visto l’esito del Referendum Costituzionale dello scorso 4 dicembre 2016 (che ha visto la vittoria del No), sembrerebbe che il CNEL resti al suo posto.

Anzi in diverse interviste ai media, successive all’ultimo appuntamento elettorale del 2016, il vicepresidente Gualaccini ha dichiarato che “è giunto il momento di dimostrare l’utilità del nostro Ente pubblico”, aggiungo io il più “chiacchierato” Ente pubblico del nostro Paese (dagli organi di stampa, dai cittadini al bar, etc.).

Tra le sue attività vi è quella di compiere annualmente un rapporto sul mercato del lavoro italiano. Vediamone qualche dato:

  • Per quanto riguarda le differenze di genere il tasso di attività femminile è di circa venti punti percentuali inferiore a quello maschile (75% contro il 55% rilevato ad agosto 2016);
  • Aumentano i lavoratori stranieri operanti sul territorio nazionale a fronte di una diminuzione dei lavoratori italiani (+ 63% i primi – 7,5% i secondi);
  • Aumentano i posti di lavoro per diplomati e laureati ma diminuiscono gli occupati con titolo di studio sotto la terza media inferiore.

Inoltre sull’attualissimo tema dei voucher, sul rapporto si legge che “L’utilizzo dei voucher per il lavoro occasionale e accessorio nel periodo dal 2008 al 2015 evidenzia (dati INPS e Ministero del lavoro) una crescita ininterrotta e asimmetrica: il valore dei voucher venduti è cresciuto di 200 volte, ma l’incremento di quelli utilizzati è sensibilmente inferiore. Il rapporto sottolinea l’esigenza (accolta dal Governo) di misure correttive delle modalità di applicazione di tale tipologia occupazionale, a cominciare da quella sulla completa tracciabilità dei voucher”.

Il rapporto segnala infine la necessità che, “in un Paese connotato da marcate differenze nel territorio e da frammentazione degli strumenti di tutela, la contrattazione di tutti i livelli assuma il compito di corrispondere alle dinamiche locali della produttività e alle specifiche condizioni di lavoro, ma anche di tendere al progressivo superamento delle disparità, come – tra l’altro – prevede la nostra Costituzione”.

Alessandro Gaetani

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La sanità italiana in evoluzione

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sanità

Sanità a pagamento e sanità negata sono due facce della stessa crisi sanitaria del nostro Paese, alle prese con una domanda crescente di sanità da parte di cittadini che invecchiano e che sono sempre più affetti da cronicità” è il quadro che emerge dalla fotografia sull’evoluzione della sanità italiana effettuata nel 2016 dal Centro studi investimenti sociali (Censis).

La mangiatoia: Perché la sanità è diventata il più grande affare d’Italia

In Italia, nel 2015, la spesa sanitaria privata è salita a 34,5 miliardi di euro con un aumento reale di +3,2% rispetto al 2013 ed è cresciuto ulteriormente il numero di italiani che ha dovuto rinunciare o rinviare prestazioni sanitarie in un anno: erano 9 milioni nel 2012, sono diventati oltre 11 milioni nel 2016 (+2 milioni).

Competizione, sostenibilità e qualità: Quale futuro per il welfare sanitario italiano?

Dall’analisi emergono alcune tendenze che connotano il rapporto degli italiani con la sanità in conseguenza dei cambiamenti sui servizi sanitari pubblici: erosione della qualità del Servizio sanitario nella sua componente pubblica e convenzionata; lunghe liste di attesa; ricorso all’intramoenia; ticket sanitari meno convenienti; crescente ruolo della sanità privata.

In estrema sintesi si può dire che l’incubo delle liste di attesa troppo lunghe è il perno esplicativo dei comportamenti sanitari degli italiani di questi ultimi anni; esse obbligano i cittadini a usare il privato e l’intramoenia come porta di accesso accelerato alla cura. È in crescita la domanda di strumenti sanitari integrativi; basti pensare che nel 2014, selezionando un campione di famiglie italiane, si è stimato che 5 milioni di persone sarebbero interessate a conoscere meglio questi strumenti ed eventualmente a sottoscriverli.

Il 5,7% delle famiglie intervistate è già in possesso di un’assicurazione sanitaria privata mentre il 4,6% intende acquistarla in futuro.
Nella graduatoria tra i fattori rilevanti di scelta, da parte dei sottoscrittori di polizza o potenziali tali, figurano in ordine di importanza: rimborso di prestazioni sanitarie effettuate in strutture private; copertura assicurativa dell’intero nucleo familiare; possibilità di tagliare i tempi per le prestazioni; accesso a strutture convenzionate; possibilità di scelta di un ampio ventaglio di strutture di cura.

Alessandro Gaetani

Leggi anche:

La necessita di risistemare i fondi sanitari

Fondi sanitari: cosa succede se perdi il lavoro

La sanità non è uguale per tutti

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Università: crescono le immatricolazioni

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Sappiamo ormai tutti che, in Italia, vi è la percentuale più bassa di popolazione laureata (me compreso con Cfu riconosciuti, ma senza aver mai raggiunto il “pezzo di carta”). Pertanto, una seppur lieve crescita delle immatricolazioni universitarie (+ 1,6% per l’anno accademico 2015/2016 sul 2014/2015) è una buona notizia. Questo ci dice un recente studio pubblicato dalla Banca d’Italia “Immatricolazioni e mobilità degli studenti”, che confronta l’Italia e i Paesi Ocse.
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Riportiamone qualche dato. Nella fascia d’età tra i
30 e i 40 anni la quota di laureati in Italia è del 24%, mentre la media europea è del 38%. Per la strategia “Europa 2020” l’obiettivo italiano è raggiungere il 26% e quello europeo il 40%.
Due gli elementi che vi concorrono. Da una parte la minor probabilità di acceso agli studi universitari e dall’altra le minori risorse a disposizione delle famiglie e degli studenti per portarli a termine. Infatti, in Italia la probabilità di
accedere al sistema universitario è pari al 41%, mentre la media dei Paesi Ocse è al 60%. Il tasso di completamento nel Belpaese è al 58% e la media Ocse arriva al 70%. (qui lo studio evidenzia come serve un reale sostegno alle famiglie più povere della popolazione).

Ma ritornando alla buona notizia, lo studio di Bankitalia evidenza che, nell’ultimo biennio le immatricolazioni sono cresciute, ma si aggiunge pure che sono diminuiti i tassi di abbandono tra il primo e il secondo anno, mentre è cresciuta anche la quota di studenti che terminano il primo anno di corso con oltre 40 crediti formativi universitari. 275 mila sono gli studenti immatricolati nell’anno accademico 2015/2016 di cui 242 mila con età minore o uguale ai 20 anni.

In termini di profitto i risultati migliori sono conseguiti al Nord, a seguire Centro e Sud. Tenendo conto però, anche della mobilità degli studenti che scelgono gli atenei del nord dell’Italia.

Alessandro Gaetani

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Arriva il Salone Franchising a Milano

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panoramica

Si terrà dal 3 al 5 novembre in Fieramilanocity, ingresso Gate 4 in via Colleoni, Milano, dalle ore 9,30 alle ore 18,30.

I biglietti in cassa costano:
1 giorno € 40,00
2 giorni € 50,00
Ridotto € 15,00 (da 11 a 17 anni)
Sconti fino al 75% e facilitazioni se vengono acquistati
sul sito Il Salone del Franchising.

Numeri in crescita al 1° semestre 2016:

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Quanto pesa sul Commercio al dettaglio?

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Dati salienti sull’affiliazione commerciale al 2016:

numeri 2016

Puoi approfondire con le seguenti letture:

Per saperne di più
Brevi sulla formula commerciale franchising

Alessandro Gaetani

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Brevi sulla formula commerciale Franchising

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Franchising, lavoro, impresa, formazione, gli argomenti trattati dal 2014 in poi negli articoli, nelle recensioni eventi e nelle interviste radiofoniche sul fenomeno commerciale del Franchising.

Di seguito i link per andare a leggere gli articoli e scaricare i podcast radiofonici:

WEB
L’ articolo sulla testata milanese MilanoFree

L’ articolo sul Giornale delle PMI

RADIO
L’ intervista al Salone del Franchising Milano 2014

L’ intervista a Radio Franchising 2016

Di seguito il Comunicato Stampa del Centro Studi del Salone Franchising Milano (Settembre 2016):

Aprire un negozio in franchising è meno rischioso che aprire un negozio tradizionale. Lo conferma un nuovo studio del Centro Studi SFM che sottolinea come il tasso di mortalità dei negozi in affiliazione sia minore del 33% di quelli tradizionali nel periodo 2011-2014 (basato su dati Unioncamere, Confimprese, Assofranchising).

Il Centro Studi SFM ha elaborato le 5 regole fondamentali per mettersi in proprio ed evitare il franchising pirata:

1. Reputazione. Informarsi sulla affidabilità della impresa franchisor: è conosciuta nell’ambiente? Quali sono i suoi bilanci, la sua struttura organizzativa, i programmi di formazione per l’affiliato, il marketing aziendale, le sue competenze? Meglio visitare la sua struttura, parlare con i referenti più volte e verificare tutto direttamente.

2. Business plan. E’ necessario che il franchisor presenti uno studio di fattibilità sulla zona in cui si pensa di aprire il negozio e sia definita l’esclusiva di zona. Il
franchisee, a sua volta deve verificare se il suo business plan sia prudenzialmente sostenibile sia in termini economici che finanziari, cioè che disponga anche delle risorse necessarie come capitale proprio.

3. Contratto. Il contratto deve avere una durata sufficiente ad ammortizzare gli
investimenti, generalmente non inferiore a 3 anni e deve specificare l’ammontare dell’investimento iniziale e del diritto d’ingresso, oltre l’importo e le modalità di calcolo e pagamento delle royalties.

4. Legge franchising. La proposta del franchisor rispetta i requisiti della legge sul franchising? Per legge si hanno 30 giorni per sottoscrivere il contratto, deve essere possibile visionare il bilancio degli ultimi 3 anni del franchisor, la descrizione del marchio registrato, la lista degli affiliati esistenti.

5. Non da soli. Consultarsi sempre con un commercialista, un avvocato o un esperto delle associazioni di categoria prima di firmare un contratto.

Franchising: mettersi in proprio con l’affiliazione commerciale

Il prossimo appuntamento è al Salone del Franchising Milano 2016 che si terrà a Milano dal 3 al 5 novembre, dove sarà presentato un libro e-book su come entrare nel mondo del franchising senza correre rischi (il 4 novembre 2016 nella Franchising School del Salone Franchising Milano).

Parteciperò con l’accredito stampa di Eco Risveglio e come al solito, vi relazionerò con foto, articoli, etc.

Alessandro Gaetani

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Italia: rimboccarsi le maniche per superare la crisi

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Si dice che in Italia ci sia la crisi.
Sicuramente c’è la crisi, ma qualche considerazione sul nostro Paese è necessario farla.

In prima battuta penso che le prime imprese che hanno chiuso siano state quelle che lavoravano male, quelle che non si sono innovate, etc.

Poi c’è la questione della burocrazia e della scarsa attenzione delle Istituzioni pubbliche (derivante soprattutto dal vecchio monopolio infrastrutturale nelle telecomunicazioni e l’energia, dalla burocrazia asfissiante a tutti i livelli, etc.) nei confronti di chi vuole investire, crearsi un autoimpiego e creare posti di lavoro, far “girare” in qualche modo l’economia.

Ho ascoltato per esempio la narrazione di diversi casi dove, per l’apertura di una lavanderia automatica piccoli potenziali imprenditori, hanno dovuto attendere fino a sei mesi per l’incremento della corrente elettrica, subendo i costi iniziali di finanziamento per l’acquisto delle macchine, affitto locale, etc., senza poter incassare un euro dalla loro attività che non poteva partire.

Diversi libri e inchieste ben raccontano le difficoltà che incontra chi vuol fare impresa nel nostro Paese:

Volevo solo vendere la pizza (Garzanti Narratori)

Giovani imprenditori. Fare Impresa in Italia: Potenzialità, Modelli Vincenti e Burocrazia. (Ebook Italiano – Anteprima Gratis)

Importante però porre l’accento anche sul fenomeno delle Imprese troppo piccole (nelle dimensioni, con “addetti tuttofare” con inevitabili poche competenze e quindi non pronte per esempio, a innovarsi investendo sui macchinari tecnologicamente avanzati), ma anche le Imprese “troppo e per troppo tempo” vincolate al finanziamento bancario (ci deve essere un momento in cui l’Azienda non ha più bisogno della “bombola dell’ossigeno”).

Come pure molte Imprese non hanno al loro interno le competenze necessarie a cogliere l’opportunità di reperire risorse attraverso la presentazione di progetti usando i Fondi Europei (quante volte si legge dei “soldi dell’Europa” che tornano indietro per mancanza di progetti da finanziare).

Poi c’è la questione Scuola/Lavoro (in maiuscolo per evidenziarne l’importanza). Ho già scritto e riscritto più volte del paradosso tutto italiano che vede da un lato percentuali di disoccupazione nel nostro Paese a doppia cifra, e dall’altro Aziende che faticano a trovare i profili a loro necessari per crescere.

Come pure la non conoscenza delle lingue in un mercato, ormai, sempre più internazionale, che vede perfino laureati italiani, anche con dottorati, totalmente incapaci di intrattenere una conversazione commerciale in una qualunque lingua estera.

E che dire poi dell’incertezza dimostrata da chi, alla ricerca di un posto di lavoro, a domande tipo: Cosa ti piacerebbe fare? Hai delle passioni, un settore di tuo interesse in cui ti piacerebbe operare? Rispondono genericamente “qualunque cosa trovo va bene”.

E allora le questioni sul tavolo sono tante ed evidenziano come ci sia la necessità per tutti (Istituzioni, Imprese, Cittadini) di rimboccarsi le maniche per superare la Crisi.

Alessandro Gaetani
Consigliere di Amministrazione
VCO Formazione Scarl
(Formazione ed Orientamento Professionale – Servizi al lavoro)

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Famiglie disagiate: edilizia pubblica insufficiente

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Tutto il territorio nazionale, “a macchia di leopardo”, è interessato dal fenomeno dell’edilizia pubblica insufficiente.

Infatti, in un recente rapporto, pubblicato congiuntamente da Nomisma e Federcasa, si può leggere dell’esistenza di un disagio economico, al di fuori dell’edilizia residenziale pubblica, che nel 2014 (anno analizzato dalla ricerca) ha coinvolto 1,7 milioni di nuclei familiari in affitto.

Si legge nel rapporto: “…si tratta di famiglie che, versando in una condizione di disagio abitativo, corrono un concreto rischio di scivolamento verso forme di morosità e di possibile marginalizzazione sociale.”
Si tratta perlopiù di cittadini italiani (circa il 65%) distribuiti, certamente in maggior numero nelle grandi città, ma sempre più diffusi anche nei centri minori.
Solo un terzo di chi versa in una situazione problematica è salvaguardato da un alloggio pubblico (700.000 nuclei familiari pari a 1/3 del totale).

Ecco alcuni dati salienti.
Gli aventi diritto all’alloggio di edilizia residenziale pubblica sono nella maggior parte dei casi italiani (88,3%), il più delle volte si tratta di persone sole o nuclei di due componenti. L’incidenza maggiore è in età avanzata (il 28% supera i 75 anni, il 19,6 è compreso tra i 65 e i 75 anni) con un reddito molto basso (il 44,4% ha un reddito annuale inferiore ai 10.000 euro). Il 49% vive in un alloggio residenziale pubblico da oltre 20 anni, il 28% da oltre 30 anni.
Dalle aziende per la casa che hanno risposto all’indagine suddetta, si evidenzia inoltre che, la maggior parte delle domande inevase riguarda nuclei stranieri, nuclei pluri-componente e nuclei non anziani.

Su questo, evidentemente, pesa anche quel 14% di alloggi esistenti ma che non sono assegnati perché sfitti (banalmente perché bisognosi di investimenti per ristrutturarli) o perché occupati abusivamente.

Per approfondire sul tema famiglie e disagio abitativo, segnalo le seguenti letture:

Alessandro Gaetani

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Il posto fisso…in banca!

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Bancari in corteo
Bancari in corteo

Una vita da bancario (Piccola Biblioteca del Sorriso)

Prenditi un titolo di studio, e fatti assumere in banca

Questa era la frase ricorrente che, fino a qualche anno fa, i genitori ripetevano al proprio figlio studente.

Il posto in banca (mi viene in mente “il posto fisso” tante volte citato nel film Quo Vado? di Checco Zalone), è sempre stato quello più ambito. Stabilità del posto di lavoro, buona paga per più di dodici mensilità, vantaggi creditizi, etc.

Ma oggi, come stanno i dipendenti bancari?

Da una parte Abi (Associazione Bancaria Italiana), fornisce un quadro della posizione competitiva del settore bancario italiano, attraverso l’esame di numerose informazioni riferite alle risorse umane, alla loro gestione e al relativo costo, nell’ultimo Rapporto sul mercato del lavoro nell’industria finanziaria: “Nel settore del credito italiano la stabilità del posto di lavoro è da sempre un valore fondamentale, come dimostrato dall’elevata incidenza dei contratti a tempo indeterminato (compresi gli apprendisti) che si attesta al 99%. Nonostante la lunga scia della crisi, il settore ha contenuto la contrazione degli organici nel biennio 2013-2014 (circa -1%). Tra le principali caratteristiche del personale bancario si confermano anche la qualità professionale in costante crescita (con il 37,3% di laureati) e il continuo aumento del personale femminile (44,7% sul complesso dei dipendenti).

Dall’altra parte, alcuni Sindacati di Base denunciano le mancate conquiste dei lavoratori, nei diversi rinnovi contrattuali: “Si pensi allo spazio enorme concesso sul terreno del salario, spazio che sarà riempito da nuovi e corposi sistemi incentivanti su iniziativa aziendale, in barba a tutti gli impegni contro le politiche commerciali aggressive” e ancora “Si pensi ai nuovi modelli distributivi, che fanno ogni giorno carta straccia degli accordi esistenti in tema di inquadramenti, indennità, mansioni, e che vengono usati per anticipare nuovi schemi contrattuali, mai discussi con i rappresentanti dei lavoratori.

Tutto ciò, evidenzia che, è in atto un vivace dibattito tra le parti, sui futuri assetti organizzativi e produttivi delle imprese bancarie, per affrontare l’ormai inevitabile profonda trasformazione dell’attività bancaria, in conseguenza dei rapidi progressi nella digitalizzazione dei processi produttivi e della stessa relazione con la clientela

Gli ultimi concetti, sono ben spiegati da Riccardo Luna, a 2Next Economia e Futuro:

Alessandro Gaetani

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Fondi pensione: Le possibili anticipazioni

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In tempi di crisi, ogni posto è buono per cercare la liquidità, utile ad affrontare le incombenze economiche di tutti i giorni.

Anche per chi ha aderito a un fondo pensione, vi è la possibilità di avere anticipazioni di denaro da questo strumento.

Piccolo porco capitalista: Se non lo fai tu, qualcun altro grufolerà nel tuo denaro

Fondo pensione
Fondo pensione

Vediamo quando sono possibili:

La cosiddetta anticipazione senza motivazione, è prevista dalla normativa ed è la possibilità di avere un’anticipazione per le cosiddette, “ulteriori esigenze”, per un importo non superiore al 30% di quanto maturato, senza alcuna motivazione, ma con una permanenza minima di 8 anni.

Esiste poi l’anticipazione per riscatto, che può essere parziale ed è possibile quando ci sia cessazione dell’attività, per un periodo non inferiore ai 12 mesi e non superiore ai 48 mesi, ovvero, in caso di ricorso da parte del datore di lavoro a procedure di mobilità, cassa integrazione guadagni ordinaria o straordinaria, in misura del 50% di quanto maturato.

Mentre, è possibile riscattare l’intera prestazione maturata, nel caso si verifichi un invalidità permanente, che comporti la riduzione della capacità di lavoro a meno di un terzo, e a seguito di cessazione dell’attività lavorativa per un periodo di tempo superiore ai 48 mesi.

Covip (l’Organo di Vigilanza dei Fondi Pensione) conferma che il riscatto totale, non è esercitabile nel quinquennio precedente la maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche complementari (in questo caso, il legislatore ha privilegiato la prestazione pensionistica rispetto al riscatto totale).

Per quanto riguarda, specificatamente i riscatti su fondi pensione chiusi e aperti ad adesione collettiva, si può effettuare il riscatto totale della prestazione maturata anche quando si perdono i requisiti di partecipazione stabiliti da statuto e/o regolamento del fondo stesso.

Fiscalmente, in caso di riscatto, viene effettuata una ritenuta d’imposta (15% ridotta di una quota dello 0,30% per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di adesione al fondo).

Per le altre anticipazioni, si applica una ritenuta d’imposta del 23%.

Alessandro Gaetani

Puoi approfondire sui fondi pensione, leggendo i seguenti libri:

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Welfare: formare i migranti

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Welfare
Welfare

E’ noto da tempo che, le economie avanzate registrano una crescita senza precedenti del rapporto tra popolazione anziana e popolazione in età lavorativa, dovuta in modo particolare alla diminuzione della natalità e all’allungamento della vita media.

In Italia, il fenomeno di invecchiamento della popolazione, è più accentuato che negli altri Paesi europei. Tutte le previsioni ci dicono che, tra quindici anni, quasi la metà della popolazione italiana sarà sopra i sessantacinque anni di età.

Anziani, famiglie e assistenti. Sviluppi del welfare locale tra invecchiamento e immigrazione

In un recente report Eurostat, relativo ai flussi migratori verso l’Europa e il nostro Paese in particolare, si evidenziava l’enorme fabbisogno di immigrati per mantenere l’attuale livello di popolazione (a livello europeo servirebbero tre milioni di stranieri l’anno). Questo è il responso, se vogliamo per esempio, mantenere il resto della popolazione che è in pensione (sostenibilità dei sistemi pensionistici). Ma se consideriamo la popolazione in età lavorativa (tra i 15 e i 64) residente in Italia, le proiezioni ci dicono che questa si ridurrà di circa sei milioni dal 2015 al 2065 (di cui cinque solo nel mezzogiorno d’Italia).

Quindi gli stranieri, già oggi, non riescono a coprire il deficit di popolazione, a causa della permanente crisi economica (mancanza di lavoro). In proiezione, al Nord e al Centro, gli immigrati manterranno lo stesso livello dell’attuale popolazione, grazie alla maggiore offerta di lavoro. La situazione del Sud del nostro Paese, se pure a macchia di leopardo (per intere regioni, ma addirittura per alcune province, al loro interno più dinamiche), potrebbe diventare drammatica vista la natalità a livello quasi zero e l’invecchiamento della popolazione.

La qualità di immigrazione è molto bassa, e bisogna elevarla, perché sempre più saranno richiesti profili tecnici intermedi, che andranno a diminuire nella popolazione autoctona. Pertanto bisogna cogliere questa ondata di immigrati come un’opportunità per trattenerli formandoli (lingua italiana, riqualificazione professionale, etc.). Tutto il contrario di quello che si fa oggi (centinaia di migliaia di giovani parcheggiati a perdersi nel niente).

Anche in questo caso, basta copiare quello che fanno altri: Germania docet!

Alessandro Gaetani

Per saperne di più su welfare e immigrazione, segnalo le seguenti letture:

Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi

I diritti previdenziali dei lavoratori migranti: Un welfare sempre più internazionale

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