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Le famiglie italiane e il canone RAI

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Ricevuta pagamento Canone TV
Ricevuta pagamento Canone TV

Il sistema radiotelevisivo pubblico e privato ed il suo finanziamento. Principi costituzionali, canone Rai, pubblicità, passaggio al digitale

La Rai ha il canone più basso fra i maggiori Paesi europei: nel 2014 è stato pari a 113,50 euro, contro i 133,00 euro in Francia, i 175,30 nel Regno Unito e i 215,80 euro in Germania. Rapportando il canone sul Pil pro-capite, l’indice risulta più alto in Germania, più basso in Italia e Francia, intermedio nel Regno Unito. Va comunque sottolineato che il tasso di evasione del canone in Italia ha il primato stimato del 30,50% nel 2014, mentre è di circa il 5% nel Regno Unito e praticamente assente in Francia e Germania (1%). In Italia, quindi, quasi una famiglia su tre non paga il canone Rai; il tasso di evasione è molto differenziato sul territorio nazionale: 26% nel Nord (minimo in Alto Adige, 18%, e in Friuli, 20%, ma a Milano s’impenna al 42%), 29 % nel Centro, 37% al Sud e 40% nelle Isole.”

Questo si legge nel Rapporto TV 2010-2015 (Analisi sui maggiori operatori del settore televisivo italiano) recentemente pubblicato da Mediobanca Ricerche e Studi.

Ma dal 2016, per le famiglie italiane sarà più difficile evadere: questo perché il pagamento della tassa, a regime, avverrà con addebito sulle fatture emesse dalle aziende di distribuzione di energia elettrica in 10 rate mensili da gennaio a ottobre. Per il 2016 avverrà dalla fattura successiva al 1° luglio, cumulando tutte le rate precedenti. L’onere della prova di non possesso di un apparecchio tv in casa sarà a carico delle stesse famiglie e dimostrabile con l’invio di una dichiarazione all’Agenzia delle Entrate (con una falsa dichiarazione si rischia una condanna penale). Altrimenti, l’esistenza di una utenza di energia elettrica, presuppone la detenzione di un apparecchio. Questo dice la Legge di stabilità 2016 che ha anche effettuato una riduzione del canone Rai a 100,00 euro (nel 2015 era di 113,50 euro).

Infine, si legge ancora nel suddetto rapporto, che ha calcolato il nuovo importo di 100 euro e un’evasione al 5% (come nel Regno Unito) rispetto all’attuale 30,50%: “L’introito del “nuovo” canone con l’addebito in bolletta elettrica avrebbe un incremento di circa 420 milioni rispetto ai 1.569 del 2014, facendo dell’azienda pubblica il primo gruppo per ricavi in Italia”.

Alessandro Gaetani

Per saperne di più:

Focus-TV-2015

Presentazione Rapporto 2015

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I risparmiatori guardano al futuro

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Indagine sul Risparmio 2015

Anche per il 2015 dalla collaborazione tra IntesaSanPaolo e il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi è scaturita l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani dal titolo “Risparmiatori, classe media: si torna a guardare al futuro

Emerge qualche segnale positivo: “Scende ancora (al 51,5 per cento, da un picco del 56 per cento nel 2013) la quota delle famiglie che negli ultimi tre anni sono state costrette ad abbassare il tenore di vita per effetto della riduzione dei mezzi finanziari a disposizione. Parallelamente, diminuisce di quattro punti rispetto al 2014 (dal 55 al 51 per cento) la quota dei capifamiglia che ritengono che nell’anno in corso gli effetti della crisi sul bilancio familiare saranno «in lieve» o addirittura «in forte aggravamento», mentre cresce dal 38,7 al 44,5 per cento la quota di quanti ritengono che resteranno stabili”.

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Ma anche segnali ancora negativi: “….peggiorano infatti le valutazioni che i capifamiglia assegnano al reddito corrente e futuro. A fronte di un aumento degli intervistati che giudicano il reddito corrente «insufficiente» o «del tutto insufficiente» (13 per cento circa, dal 10 per cento del 2014), si riduce dal 58 al 52 per cento la quota di chi lo reputa «sufficiente» o «più che sufficiente». Anche nel caso del reddito futuro l’area della sufficienza registra tra il 2014 e il 2015 una contrazione, passando dal 42,2 al 35,5 per cento, mentre aumenta la percentuale di coloro che si attendono di poter disporre di un reddito solo «appena sufficiente» a conclusione del percorso lavorativo”.

L’indagine ha avuto come focus il ceto medio del Paese: “È proprio il ceto medio che mostra di avere risentito in modo particolare degli effetti della crisi. Addirittura il 45 per cento degli appartenenti alla middle class dichiara di vivere oggi in condizioni materiali peggiori dei propri genitori, con una punta del 71 per cento per la fascia di età più giovane (18-24enni). Non solo: intervistati sul futuro dei figli, i capifamiglia prevedono per loro problemi ancor più rilevanti di quelli che essi stessi si sono trovati ad affrontare, con l’unica eccezione della facilità di conseguire il titolo di studio desiderato”.

Infine l’indagine chiaramente evidenzia che, la ripresa dell’economia italiana passa anche attraverso la rinascita della classe media.

Alessandro Gaetani

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Educazione finanziaria e comportamenti individuali

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partecipante al II° Forum Internazionale della Consulenza ed Educazione finanziaria
Ho sempre partecipato ai Forum Internazionali della Consulenza ed Educazione finanziaria (organizzati a Milano da Progetica, Milano Finanza e Uni – Ente Nazionale di Unificazione Norme) per conoscere da vicino i progetti di educazione finanziaria operativi ormai da molti anni in alcuni Paesi del Mondo.

Uno di questi è la Gran Bretagna. Ricordo infatti l’intervento, all’edizione del 2011, di Carl Pheasey (Financial Services Group HM Treasury) con il quale ha presentato il Money Advice Service, il servizio di consulenza finanziaria gratuita ed indipendente per i cittadini, da diffondere gradatamente in tutto il paese, e di educazione finanziaria messo in campo dal 2010 dal Governo Inglese.

Tale servizio, ci ha comunicato il relatore, ha due obiettivi fondamentali, contribuire al miglioramento della conoscenza e della consapevolezza del pubblico nell’ambito dei servizi finanziari ed aumentare la capacità dei cittadini di prendersi cura, in prima persona, delle questioni finanziarie personali”.

E allora l’impegno dovrà essere ancora lungo se, come si evince dal Rapporto Moody’s, recentemente diffuso, in Gran Bretagna è allarme indebitamento delle famiglie. Si legge infatti nel documento “La spesa dei consumatori ha superato i livelli raggiunti prima della crisi (attualmente in Gran Bretagna l’economia è in forte crescita e il costo del denaro è a ZERO) mentre l’indebitamento non garantito ha una dinamica molto superiore a quella salariale….I tassi attuali mascherano la realtà illudendo i cittadini: tutto sembra sostenibile, ma le conseguenze di lungo periodo sono molto negative”.

Lo strumento segnalato dal rapporto Moody’s è la carta di credito con sistemi di accumulo del debito che prevedono il cosiddetto “surfing” ossia il passaggio da una carta a un’altra usufruendo per qualche anno di credito senza interessi, che ha invogliato le famiglie inglesi a “esagerare” nello shopping sfrenato.

Visto che tale fenomeno è in costante aumento vi è stato un caldo invito alle famiglie, da parte del Governatore della Banca Centrale d’Inghilterra Mark Carney “a gestire le proprie finanze personali” anche in vista di un più che probabile rialzo dei tassi nel Regno di Elisabetta.

In chiusura sono certo che l’educazione finanziaria serve ai cittadini, ma ancor di più il “benessere finanziario” dipende dai comportamenti individuali, in Italia come nel Resto del Mondo (proprio in questo periodo, con la “Borsa Cinese in caduta libera”, leggiamo le notizie di piccoli risparmiatori cinesi che, convinti di guadagnare un tesoretto, sono giunti ad indebitarsi per “giocare” in Borsa).

Alessandro Gaetani

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Greggio low cost: un bene per le famiglie

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E’ stato recentemente pubblicato nella collana “Questioni di Economia e Finanza” di Bankitalia, un paper, realizzato dai due analisti Alessandro Mistretta e Ivan Faiella, che ha passato in rassegna gli effetti della riduzione delle quotazioni del greggio sulla spesa energetica e sull’attività economica.

Distributore
Distributore

Nella seconda parte del 2014, si legge nel documento, il prezzo del petrolio sui mercati internazionali si è dimezzato, raggiungendo i 50 dollari al barile alla fine dell’anno, per poi attestarsi poco sopra i 60 nella metà di maggio del 2015”.
Secondo le loro simulazioni le famiglie si gioverebbero di un risparmio sulla spesa per carburanti (effetto diretto) pari a 2,1 miliardi di euro annui (80 euro medi per famiglia) di cui 1,8 destinati a incrementare la spesa per consumi.
Per valutare il suddetto effetto diretto, gli autori hanno fatto ricorso alle informazioni sulla spesa per carburante delle famiglie, disponibile nell’indagine sui consumi delle famiglie dell’Istat (ICF): tra il 1997 e il 2013, l’incidenza di questa voce sulla spesa totale oscillava tra il 5 e il 5,5 per cento.

Di queste maggiori risorse non beneficiano quel terzo di famiglie meno abbienti, che non spende nulla per benzina o gasolio, perché non possiede veicoli. Dal punto di vista delle caratteristiche delle famiglie, i maggiori benefici andrebbero alle coppie con due figli, con un guadagno pari al doppio di quello medio (161 euro) che si approprierebbero di quasi un terzo dei due miliardi totali (pur essendo meno del 7 per cento delle famiglie).

Visto lo scenario di bassi prezzi dei carburanti, gli autori ritengono che potrebbe costituire l’occasione per istituire una carbon tax che, oltre ad essere uno strumento per raggiungere una riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti, fornirebbe risorse da destinare alla riduzione del peso sulla bolletta elettrica del finanziamento delle fonti rinnovabili, altamente regressivo, così avvantaggiando anche il segmento della popolazione che non ha spesa per carburanti.

Punti di vista, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Alessandro Gaetani

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Corte dei conti: il welfare va riorganizzato

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La lista della spesa: La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare

Welfare
Welfare

In ogni ordinamento democratico è previsto che la gestione delle risorse pubbliche sia sottoposta ad una verifica il cui scopo è quello di “perseguire l’utilizzo appropriato ed efficace dei fondi pubblici, la ricerca di una gestione finanziaria rigorosa, la regolarità dell’azione amministrativa e l’informazione dei poteri pubblici e della popolazione tramite la pubblicazione di relazioni obiettive”.

Nell’ordinamento italiano detto compito fondamentale è attribuito alla Corte dei conti, istituita con la legge 14 agosto 1862, n. 800 (la Corte dei conti del Regno d’Italia).

La Corte è inserita sia tra gli organi di garanzia della legalità e del buon andamento dell’azione amministrativa e di tutela degli equilibri di finanza pubblica (art. 100, secondo comma) sia tra gli organi giurisdizionali (art. 103, terzo comma).

Economia del Welfare

Diventa centrale quindi il suo ruolo di garanzia della corretta gestione delle pubbliche risorse, e nell’esercizio delle funzioni di controllo, è organo neutrale, autonomo ed indipendente sia rispetto al Governo che al Parlamento, e, nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali, fa parte a tutti gli effetti dell’ordine giudiziario.
Lo scorso 11 giugno è stato presentato a Roma, il Rapporto 2015 sul coordinamento della finanza pubblica, con il quale la Corte dei Conti rende al Parlamento e al Governo la propria valutazione degli strumenti previsti per la gestione della finanza pubblica.

Questo è il monito al Governo italiano che si legge nel Rapporto “un duraturo controllo sulle dinamiche di spesa può ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo e che abbia al proprio centro una riorganizzazione dei servizi di welfare” e ancora “le condizioni di sostenibilità della finanza pubblica richiedono uno scenario macroeconomico ambizioso, non conseguibile in assenza di interventi profondi capaci di rialzare le dinamiche della produttività totale dei fattori”.

per far la spesa

Insomma per la Corte dei Conti è necessario programmare riforme strutturali. In merito a famiglie e imprese la Corte dice che “è prioritaria la necessità di restituire loro capacità di spesa”.

Alessandro Gaetani

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Le famiglie italiane e la spesa universitaria

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Investo su mio figlio all’università e poi, troverà la sua strada?
Ho accantonato delle risorse per mandare mio figlio a fare un master universitario in una grande città, che prezzi per affittare una stanza!
In quanto tempo rientrerò dall’investimento sostenuto per ottenere la laurea?

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Queste alcune delle domande che si fanno i genitori per i loro figli che raggiungono il diploma e intendono continuare gli studi. Scelta importante: Facoltà, accademie, lauree brevi o corsi?

E’ stato recentemente pubblicato da JobPricing (società specializzata nella consulenza sulle politiche retributive, il cui presidente è Mario Vavassori che troviamo in Senza soldi scritto a quattro mani con Walter Passerini), l’University report 2015 (il documento è scaricabile gratuitamente sul sito Jobpricing) che ci aiuta a capire quanto vale il titolo di studio universitario nel mercato del lavoro italiano.

Qui ci soffermiamo sul tema della spesa sostenuta. Infatti, nel rapporto si legge l’indice denominato University Payback Index (U_P_I), che ci fornisce il numero di anni necessari per ripagare gli investimenti sostenuti (dalle tasse al vitto e al mancato guadagno).

Si scopre così che per recuperare a livello economico il mancato guadagno (la retribuzione che lo studente avrebbe guadagnato occupando un posto di lavoro a tempo pieno, anziché frequentare l’università nei 5 anni di studio presi come riferimento nel report) e l’investimento fatto per completare il percorso di studi universitario (le spese sostenute dallo studente per completare un corso di studi in un arco standard di 5 anni, determinato dalle tasse universitarie e dai costi del materiale didattico – libri, pc e altri accessori), è necessario un intervallo di tempo che va dai 12 ai 22 anni a seconda dell’ateneo frequentato.

E non è detto che chi proviene da università blasonate, pur investendo molto, rientri rapidamente dai costi sostenuti, infatti il rating vede al primo posto il Politecnico di Milano che richiede ai suoi laureati circa 12 anni per recuperare l’investimento confermando che le Scuole Politecniche italiane, in generale, hanno un buon mercato di riferimento e consentono alle famiglie di recuperare l’investimento in tempi ragionevoli.

Alessandro Gaetani

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Deflazione: brutta notizia per gli italiani

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La grande deflazione: Cosa fare? Come uscirne?

La deflazione è un fenomeno economico, che consiste nel calo nel tempo dei prezzi dei prodotti di consumo quotidiano.

L’Italia, come il resto d’Europa è in deflazione per diversi motivi (la lunga crisi che ha portato a un notevole calo della domanda di beni, il calo del costo delle materie prime energetiche, come il petrolio, etc.).

La conseguenza più immediata è che a causa della discesa dei prezzi, da un lato si rende più “ricco” il consumatore, dall’altra parte per le imprese vi è l’erosione dei loro margini di profitto, diventando quindi più “povere”.

In un momento di grande repressione come quello attuale, il fenomeno deflattivo rischia di aumentare il costo del debito per lo Stato e per le imprese che, indebitandosi di più innescano così una spirale difficile da spezzare.

Un interessante lavoro della collana di Banca d’Italia Questioni di Economia e Finanza (scaricabile in lingua inglese dal sito www.bancaditalia.it) “La deflazione è positiva o negativa? Conta solo l’inflation gap” di Marco Casiraghi, Giuseppe Ferrero spiega perché gli effetti macroeconomici di shock all’inflazione di pari entità, ma di segno opposto, non sono necessariamente simmetrici.

Nel complesso – si legge nell’occasional paper – i costi della deflazione e della disinflazione tendono a eccedere quelli dell’inflazione a causa della presenza di vincoli nell’economia, quali lo zero lower bound sui tassi d’interesse nominali, i limiti all’indebitamento e la rigidità verso il basso dei salari nominali.
Tali vincoli, quando diventano stringenti, possono impedire alla politica monetaria di mantenere l’inflazione in linea con il proprio obiettivo, agli agenti di ridurre il proprio indebitamento e al mercato del lavoro di essere in equilibrio.
La probabilità che tali vincoli diventino stringenti dipende dalle condizioni cicliche e strutturali dell’economia.
Inoltre, sarebbe un errore pensare che effetti perversi possano verificarsi solo in caso di una riduzione dei prezzi e che la classificazione di episodi deflazionistici in positivi (causati da shock all’offerta) e negativi (causati da shock alla domanda) non è solo sbagliata, ma anche fuorviante in termini d’implicazioni per la politica monetaria
”.

Alessandro Gaetani

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Patto Abi/Consumatori “Crediamoci!”

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Nell’ultimo numero di ABINews (la newsletter mensile dell’Associazione Bancaria Italiana) si riportano i dati salienti del protocollo d’intesa siglato tra la stessa Abi e le Associazioni dei Consumatori (Acu, Adiconsum, Adoc, Asso-Consum, Assoutenti, Cittadinanzattiva, Codacons, Codici, Confconsumatori, Federconsumatori, Casa del consumatore, Lega consumatori, Movimento consumatori, Movimento difesa del cittadino, Unione nazionale dei consumatori).

Reinventare i servizi finanziari. Cosa i consumatori si aspettano dalle banche e dalle assicurazioni del futuro

“Credito alle famiglie nel mercato bancario europeo: con ‘CREDIamoCI’ un nuovo impegno comune di ABI e delle Associazioni dei consumatori a fronte dell’attuale contesto economico e normativo Ue.”

È questa la piattaforma del suddetto protocollo che si propone di aumentare ulteriormente gli ambiti di collaborazione e dare nuove soluzioni, o consolidare iniziative in corso, per l’accesso al credito, il sostegno alle famiglie in difficoltà e la consapevolezza dei consumatori.

Interessanti sono gli argomenti trattati in relazione al sostegno alle famiglie utile a “Rafforzare gli strumenti esistenti per sostenere il pagamento delle rate dei finanziamenti nei momenti di difficoltà del mutuatario (es. iniziative di legge quali Fondo di solidarietà per i mutui per la prima casa); promuovere su tutto il territorio nazionale visure standard di sospensione dell’ammortamento in favore delle popolazioni colpite da eventi di natura calamitosa (es. terremoti, alluvioni, etc.) nell’ottica di intervenire tempestivamente nei casi di emergenza ed evitare interventi differenziati a livello regionale; promuovere misure di sostegno per le famiglie in difficoltà nel pagamento delle rate di alcune tipologie di credito al consumo. Si tratta di misure innovative non ancora sperimentate in questo mercato.”

Mutande di ghisa: Dalla banca al supermecato: come evitare i pessimi “consigli per gli acquisti” del nostro cervello (SAGGI ITALIANI)

Infine in merito alla consapevolezza del consumatore viene sottolineata la necessità di “Incrementare la consapevolezza del consumatore nella scelta dei prodotti di credito e/o servizi accessori in termini di costi complessivi, rischi assunti (ad es. di credito e di mercato), valorizzando trasparenza e semplicità.”

Segnalo che, è possibile iscriversi alla versione elettronica della newsletter dell’ABI, facendone richiesta a: abinewsonline@abi.it.

Alessandro Gaetani

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Il fenomeno socio/economico del gioco

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Una recente ricerca della rivista economica Lavoce.info ha indicato chi spende di più al gioco nel nostro Paese: pensionati, famiglie con capofamiglia poco istruito, casalinghe, persone sole ed adolescenti.

Sono loro infatti, i maggiori protagonisti del raggiungimento dei numeri da capogiro di questo business in Italia (primo mercato del gioco in Europa e terzo al Mondo).

Ecco che allora lo stivale italiano è invaso da Slot machine, biglietti lotterie varie, sale scommesse, pubblicità rintronante a tutti gli angoli delle Città (per esempio 400 mila slot, metà di tutte quelle presenti negli Usa, un tagliando gratta-e-vinci su 5 venduti sul pianeta è italiano).

Il fatturato legale è pari a 88 miliardi di euro al quale se ne aggiunge uno illegale, stimato in 15 miliardi. Una platea di 800 mila giocatori con dipendenza e 2 milioni a rischio ludopatie (fenomeno fino a qualche anno fa sconosciuto, mentre oggi psicologi, psicoterapeuti e psichiatri svolgono corsi di aggiornamento specifici per aiutare i loro assistiti).

te li giochi tuttiParadossale come in piena crisi siano proprio le fasce più povere della popolazione ad aumentare la quota di spesa destinata al gioco: 3% del reddito contro 1% dei nuclei familiari benestanti.

Qui si entra nella logica per la quale si sogna la grande vincita che ti porta fuori dal tuo impoverimento.

Se si guarda la distribuzione geografica del fenomeno, spicca il centro sud dove guarda caso ci sono le regioni con il più alto tasso di usura (Rapporto CGIA 2013). Ricerche Istat riportano la crescita del 15% delle denunce per usura nel nostro Paese. E’ verosimile che la dipendenza ti porta a giocare sempre di più e quando hai finito i tuoi soldi hai bisogno di farteli prestare.
Alessandro Gaetani

Di seguito alcuni testi di approfondimento, scritti negli ultimi anni, che ci fanno conoscere da vicino questo fenomeno ormai emerso su larga scala:

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La prima Casa e le Tasse locali

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Le nuove tasse sulla casa: Dall’Imu alla Tasi: così cambiano le imposte comunali Le novità per chi compra o ristruttura un immobile

Le tasse sulla casa che si abita (la cosiddetta prima Casa) sono sempre mal digerite dagli Italiani.

Peggio, se si è continuamente bombardati dai media con gli acronimi che, negli ultimi anni si sono succeduti (IUC, IMU, TASI, TARI, etc.) e che generano non poca confusione tra proprietari di casa (Fonte Eurostat: la percentuale di famiglie proprietarie dell’abitazione principale in Italia nel 2013, era pari al 73%, quasi 7 punti percentuali in più rispetto alla media dell’area dell’euro).

1^ Casa
1^ Casa

Un recente lavoro realizzato per Banca d’Italia (www.bancaditalia.it – serie Questioni di Economia e Finanza), da Giovanna Messina e Marco Savegnago, si è concentrato proprio sull’evoluzione della fiscalità immobiliare nel nostro Paese. Vediamone in sintesi i dati salienti.

Il prelievo immobiliare è stato analizzato nel suo duplice ruolo di fonte privilegiata di finanziamento degli enti locali, e di strumento utile a tassare il patrimonio familiare.

I due ricercatori, utilizzando dati aggregati e informazioni di microeconomia, hanno evidenziato una significativa riduzione della componente legata alla proprietà dell’abitazione fra il 2012 e il 2014, nell’ordine di un quinto dell’imposta pagata nel 2012 (ricordiamo che l’introduzione dell’IMU, proprio nel 2012, ha portato il gettito delle imposte ricorrenti* sulla casa in linea con la media europea), e considerando i tributi destinati al servizio dei rifiuti, l’onere fiscale complessivo è rimasto sostanzialmente invariato.

Tuttavia si evidenzia una maggiore incidenza del prelievo sulle famiglie a basso reddito, a causa del minore impatto delle detrazioni.

Il paper si conclude con alcuni suggerimenti dei due autori, circa l’aumento della visibilità (rendere visibili le scelte di tassazione degli amministratori locali agli occhi dei contribuenti/elettori) e l’equità del prelievo (il completamento della riforma del catasto, offrirà uno strumento per accrescere, a parità di gettito, l’equità del prelievo sull’abitazione di residenza).

Alessandro Gaetani

*le imposte ricorrenti sono i prelievi effettuati annualmente sugli immobili, a differenza di quelli che si manifestano all’atto del trasferimento o in occasione di eventi straordinari.

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