
“L’economia italiana ha prodotto nel 2017 beni e servizi per oltre 1.700 miliardi di euro, collocandosi quindi, per dimensione assoluta del suo PIL, al nono posto nel mondo. Ha scambiato beni e servizi con gli altri paesi per un valore totale di poco più di 1.000 miliardi, confermandosi molto aperta al commercio internazionale: il suo interscambio è il settimo del mondo. Esportiamo da sei anni più di quanto importiamo, il nostro indebitamento netto con l’estero è ormai prossimo ad azzerarsi, dopo aver raggiunto il 24 per cento nel corso del 2014. Siamo dunque ancora una grande economia, competitiva con le altre nazioni”
Questo ha detto in un suo recente intervento il Direttore generale della Banca d’Italia e Presidente dell’Ivass (Organo di vigilanza sulle Assicurazioni Private) Salvatore Rossi.
Ha scritto un bel libro sull’Oro Da sempre simbolo di ricchezza, bellezza, divinità, potere.
E allora cosa c’è che non va nell’economia italiana se da almeno 20 anni nell’area OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) la crescita economica è stata in media del 70 per cento e in Italia solo del 10 per cento?
Secondo il Presidente Rossi i motivi principali sono da ricercare nell’annoso problema del nanismo delle Imprese italiane nel loro essere più “familiari” che in altri paesi. Questo mancato cambiamento di dimensione e assetto proprietario e organizzativo le ha limitate, ad esempio nel saltare sul treno della modernità quando in tutto il mondo l’avvento delle ICTS e del mondo digitale ha fatto affermare una ondata di globalizzazione dei commerci e dei costumi.
Ma anche nel fatto che tutte le evidenze disponibili su come funzionano gli altri sistemi nazionali e anche secondo l’esperienza concreta degli imprenditori, dicono che il peso della burocrazia e il malfunzionamento della giustizia, in particolare di quella civile, sono tra i principali ostacoli allo sviluppo italiano.
Per il quale ha indicato infine, proprio partendo dal risolvere tali questioni, una potenziale via per rilanciarlo “il nostro Paese può riprendere la via dello sviluppo economico e del benessere diffuso a patto che il suo sistema produttivo faccia un salto di qualità, con molte più imprese che vadano verso dimensioni e assetti organizzativi adatti a cavalcare l’onda tecnologica. Perché quelle imprese siano incentivate a farlo tutto il Paese deve dotarsi di infrastrutture moderne, materiali e soprattutto immateriali, a cominciare dal sistema giuridico”.
Alessandro Gaetani